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04/06/2008 

Diario di bordo di Guglielmo Brondini, capitano della Poiana, la barca armata per “andare dove la vita è migliore”

“Oggi è il quarto giorno che vivo in barca, non ho ancora toccato terra e comincio ad avere qualche problema”.E' il diario di bordo di Guglielmo Brondini, capitano della Poiana, la barca armata per “andare dove la vita è migliore”. 

In banchina, a Livorno, Brondini lo conoscono tutti. I pochi che navigano davvero, i regatanti e i tanti marinai che in barca ci vanno tre volte l’anno, con la famiglia, in Meloria. Guglielmo lo cercano perchè lui, i problemi infiniti delle barche riesce a risolverli. Può saldare, tornire, fresare a regola d’arte. 

Guglielmo Brondini

Ama la precisione nel lavoro ma il disordine nella vita. La sua casa è tra la ferrovia Pisa-Livorno e il Canale dei Navicelli. La condivide con decine di gatti, gli uccellini di una grande voliera, le piante dell’orto e  gli animai del bosco che sanno di non aver nulla da temere da lui. Per vivere, ha fatto per anni il camionista, lavoro che lo stressava e il sabato e la domenica dormiva nel bosco; “per  sfuggire ad un temporale entro in questa casa, disabitata ma, piena di topi. 

Il posto mi piace, la metto a posto ed è qui che abito da anni; abitazione che è l’immagine di chi ci vive. Casa e officina insieme, dove il lavoro è scelta di vita. Nel salotto, lungo la parete di fronte alla porta, un tornio, lungo quanto la parete, una macchina d’altri tempi, il peso, non meno di 22 quintali, ti guardi intorno e cerchi di capire, da dove è entrato. Unica possibilità calarlo dal tetto. Non è così Il Guglie ce l’ha messo da solo. Nessun problema, ti dice, “ho preso le misure precise, e con i rulli, piano e liscio, l’ho fatto entrare, lì dov’è ora”. Ma operai, o tecnici d’esperienza che in casa sua vengono spesso, guardano e rimagono a bocca a aperta. Siamo nel bosco, e tutte queste macchine come possono funzionare? Torni, macchine per tagliare e saldare, due forni per fondere i metalli e addirittura una vasca per il trattamento  di cancelli e altri manufatti. In casa tutto va a 12 volt, frigorifero, lampadine e tutto ciò che occorre; l’alimentazione? Qui viene fuori il Guglie, l’eremita che fugge la “civiltà” nel bosco o nel mare ed insieme, l’Archimede Pitagorico, amante della tecnica e della scienza. Sul tetto, ovunque pannelli solari e, persino un generatore eolico. Nel bosco, vento ne arriva poco ma, i pannelli solari vanno alla grande, “ho tutta l’energia che voglio, sempre e a costo zero”. I pannelli? forniti da amici in cambio di qualche lavoretto”. Per le macchine da lavoro occorre la 220 volt. Sul retro della casa due potenti generatori. I proprietari di grosse imbarcazioni se ne disfanno, troppo vecchi e pesanti. Per Guglielmo revisionarli completamente è, come lui dice, una “scemata”. I lavori al tornio si pagano con stagnatine di gasolio. “Ho speso un tot per l’acciaio e mi ci sono voluti 10 anzi, 9 litri di gasolio”, è così che si fa pagare. 


  La passione per il lavoro l’ha sempre avuta. Non una passione normale, più simile ad una frenesia. Nasce a Livorno nel 1949, cresce in P.za Magenta, agli amici costruisce archi e balestre. Piccino, per farsi bello, ad una bimba regala i disegni del padre, ingegnere del Genio Civile, ponti, strade, strutture. Per lei, disegna ingranaggi e macchine di fantasia. Il padre muore e lascia la famiglia senza risorse. La madre ha difficoltà a gestire i due figli, Guglielmo, 11 anni, iperattivo, problematico, viene chiuso in collegio a Pisa; l’altro continua a studiare, sarà un informatico e impianterà un’azienda. Dal collegio, un pò riformatorio, scappa appena può. Lo cercano nei boschi, dove trova provvisori rifugi. Il collegio secondo lui, un’esperienza devastante; frequenta un corso per elettromeccanico, impara i fondamenti del disegno tecnico, della saldatura, del lavoro al tornio. Esce dal collegio a 17 anni, quando la madre muore ed è affidato a parenti materni, in Sicilia. Si impiega in un’azienda per l’assemblaggio di pannelli elettrici, impara ancora, apprezzato per le sue doti ma, con i padroni ha rapporti difficili. “Devi stare zitto”, gli dicono.


E’ un ribelle: ama la macchia, il bosco, il mare. Libero e occasionale anche l’amore, così spende ciò che quadagna, con l’età cambia e compra attrezzi e quel che serve ai suoi animali. Ha fatto il corallaro per alcuni anni, finchè non ha dovuto frequentare una scuola per il brevetto da sub. Scuola blasonata ma, dice lui, “non mi insegnavano nulla che già non sapessi”. Lascia la scuola. Vuole un posto per cambiare vita, “lavorare sul mare, vivere con la pesca del corallo, piccoli lavoretti nei porti e non essere ossessionato da continui controlli: Finanza, Polizia, Capitaneria etc, etc. Guglie attrezza la sua barca, una barchettina a motore, compressore per l’aria, bombole, saldatore, attrezzature varie e infinite, non affonda ma, bordo libero ne rimane poco. La Poiana soffre il mare in poppa, le onde di prua vanno oltre la murata, e si scaricano nel pozzetto. Con mare mosso per Guglie è l’inferno. Piccoli lavori di manutenzione al motore ma copre quasi duemila miglia di mare. Quando arriva in vista delle Canarie, mare grosso di poppa, l’andatura peggiore, “sento il motore che perde sempre più giri…, ho pensato al cavetto dell’acceleratore, una bolla d’aria; mi rompiva aprire i cofano e levare il paiolo con quel mare. Poco dopo mi dico, Guglie non puoi andare in questa maniera, deciditi. Faccio lo spurgo, ho visto che usciva solo gasolio, non c’era traccia d’aria e acqua. Torno alla manovra, non avevo coraggio di riprovare, do un’accelerata e il motore mi cala, cala e si ferma al minimo. Puttana maiala mi dico, e ora ci siamo caati mi dice il Guglie e lo so che ci siamo caati ma, è sempre in moto. Per ora meglio che nulla. Se si ferma il motore chissà dove mi porta il vento, a Capo Verde di sicuro, va in quella direzione”. 


Nel diario di bordo, Brondini descrive il suo compagno di viaggio, Guglie. “Guglie sarebbe la metà del mio nome, diciamo che è l’altra metà, quella che non si vede, che riesce a percepire tutto ciò che io non sono in grado di vedere, sentire. Perché ho dato nome Guglie al mio dio, è che ogni volta che sono sul punto di prendere una decisione tragica o complicata, da non poter capire da quale parte rifarmi interpellavo a voce er Guglie, gli domandavo: secondo te cosa mi conviene fare oppure, cosa ne pensi e, quasi sempre, mi ha dato le risposte giuste o, le meglio che poteva darmi. E’ tanti anni che mi rivolgo a lui. Siamo in due ma, è come fossimo uno solo”. 


Migliaia di miglia lungo costa e mare aperto avventure e disavventure tante, anche i pirati: davanti al porto di Kenitra in Marocco. Nicola Rum, suo amico, comandante di macchina, uomo che ha navigato a lungo sui mercantili: “attenzione in quella zona è facile incontrare i pirati. Sulle navi l’intero equipaggio, tutta la notte, monta la guardia in attesa d’entrare nel porto canale. 
Guglielmo è in zona, dopo novanta miglia di mare, viene da Tangeri. Comincia ad avvicinarsi al porto vede onde che si “sfanno per il basso fondale, non vi dico il rumore, sembra un rombo, non riuscivo ad avvicinarmi, controllo la carta e mi trovo davanti al porto, impossibile entrare. Per Casablanca altre 70 miglia. “Da darsi una revolverata. Riparto, velocità, sette nodi. Dopo circa un’ora, guardo fuori dal finestrino e vedo spuntare dalla nebbia un peschereccio, viene nella mia direzione con la prua alzata per la velocità. Accelero, è in rotta di collisione, accelero, riguardo e, quel figlio di puttana accostava sempre, e mi veniva contro. Accelero quasi tutto e lui non molla, è a 100 metri. Accelero a fondo, la barca faceva 9 nodi. Non vi dico la paura, mi sono detto: quelle merde vogliono me, non sapevo dove andare, proseguivo per la mia rotta. Erano passati 10 minuti; l’acqua mi era salita di temperatura e loro si erano avvicinati di 50 metri, nebbia tutt’intorno, loro che mi inseguivano e presto mi avrebbero acchiappato, sottocosta non potevo andarci, le onde mi avrebbero buttato a fondo, ero disperato, fiutavo la morte. Prendo il VHF; riceve ma non trasmette. Ugualmente lancio il may-day. Nessuno risponde. Ormai l’avevo quasi addosso, non dico l’impressione di questa prua enorme che viene verso di me e guadagna sempre più strada. L’unica speranza mi sono detto è buttarsi sotto costa, affondare la barca e forse, a nuoto, mi salvo. Ho girato di colpo, mi dirigo verso il riflesso accecante, li avevo un poco seminati; questa barca gira all’istante, loro finito di girare, si erano allontanati. Prendo la prima onda che mi pianta con la prua verso il basso, quasi sott’acqua, mi alzo di poppa e parto in planata. Sapevo che da un momento all’altro mi ritrovavo in mare senza nulla, a nuotare. Per fortuna, l’onda più andava verso costa più si sfaceva. La barca si intraversa e mi ritrovo sott’acqua con il pozzetto, la prua per aria. D’istinto giro il timone verso la seconda onda, la prendo bene e quando mi alza la prua mi svuota mezzo pozzetto e la barca riprende quasi il suo assetto. Vedo sulla prua del peschereccio una persona con giacca e occhiali neri, mi fa cenno di tornare indietro: dentro di me dicevo: sì, vengo subito stronzolo. Poi gli ho fatto cenno che venisse lui, qui”.


Nel viaggio, si intrecciano paura per la rabbia del mare e la violenza degli uomini, il paradiso di spiagge e scogliere deserte e la lirica di incontri con donne di rara bellezza, dai tratti e modi esotici. “Lei aveva un corpo fatto proprio bene, capelli bellissimi, neri arrotolati. Li ha sciolti, e mi prende un colpo. Da quanto tempo non vedevo una bellezza naturale, senza ombra di trucco e profumo, una bellezza semplice, pulita”.


Il motore colonna sonora di situazioni buone e cattive, risveglia lo spirito d’avventura e la ragione per cui Guglielmo è giunto fin lì. Un sognatore, illuso di trovare il Paradiso. “ma non è proprio questo che cerco, non troverò mai quello che cerco, però ho una barca e con questa ho la possibilità di andare e cercare, provarci. Da tanti anni sento di voler cambiare però, non è facile vivere fuori dal pollaio”.

Dal Corriere di Livorno – testo di Luciano De Nigris – foto di Beata Moczydlowska


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